Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli.
| Angelo Branduardi Confessioni di un malandrino |
Sergej Esenin Confessioni di un teppista |
| Mi piace spettinato camminare col capo sulle spalle come un lume così mi diverto a rischiarare il vostro autunno senza piume. Mi piace che mi grandini sul viso la fitta sassaiola dell'ingiuria, l'agguanto solo per sentirmi vivo al guscio della mia capigliatura. Ed in mente mi torna quello stagno che le canne e il muschio hanno sommerso ed i miei che non sanno di avere un figlio che compone versi ma mi vogliono bene come ai campi, alla pelle ed alla pioggia di stagione raro sarà che chi mi offende scampi dalle punte del forcone. Poveri genitori contadini certo siete invecchiati, ancor temete il signore del cielo e gli acquitrini genitori che mai non capirete che oggi il vostro figliuolo è diventato il primo fra i poeti del paese ed ora con le scarpe verniciate e col cilindro in testa egli cammina. Ma sopravvive in lui la frenesia di un vecchio mariuolo di campagna e ad ogni insegna di macelleria alla vacca s'inchina sua compagna. E quando incontra un vetturino gli torna in mente il suo concio natale e vorrebbe la coda del ronzino regger come strascico nuziale. Voglio bene alla patria benché afflitta di tronchi rugginosi mi è caro il grugno sporco dei suini e i rospi all'ombra sospirosi son malato d'infanzia e di ricordi e di freschi crepuscoli d'aprile. Sembra quasi che l'acero si curvi per riscaldarsi e poi dormire. Dal nido di quell'albero le uova per rubare salivo fino in cima ma sarà la sua chioma sempre nuova e dura la sua scorza come prima. E tu mio caro amico vecchio cane fioco e cieco ti ha reso la vecchiaia e giri a coda bassa nel cortile ignaro delle porte dei granai. Mi sono cari i miei furti di monello quando rubavo in casa un po' di pane e si mangiava come due fratelli una briciola, all'uomo ed una al cane Io non sono cambiato, il cuore ed i pensieri son gli stessi sul tappeto magnifico dei versi voglio dirvi qualcosa che vi tocchi. Buonanotte, la falce della luna si cheta mentre l'aria si fa bruna dalla finestra mia voglio gridare contro il disco della luna. La notte è così tersa qui forse anche morire non fa male che importa se il mio spirito è perverso e dal mio dorso penzola un fanale. O pegaso decrepito e bonario il tuo galoppo è ora senza scopo e giunsi come un maestro solitario e non canto e non celebro che i topi. Dalla mia testa come uva matura gocciola il folle vino delle chiome voglio essere una gialla velatura gonfia verso un paese senza nome. |
Non tutti son capaci di cantare E non a tutti è dato di cadere Come una mela, verso i piedi altrui. È questa la più grande confessione Che mai teppista possa confidarvi. Io porto di mia voglia spettinata la testa, Lume a petrolio sopra le mie spalle. Mi piace nella tenebra schiarire Lo spoglio autunno delle anime vostre; E piace a me che mi volino contro I sassi dell'ingiuria, Grandine di eruttante temporale. Solo più forte stringo fra le mani L'ondulata mia bolla dei capelli. È benefico allora ricordare Il rauco ontano e l'erbeggiante stagno, E che mi vivono da qualche parte Padre e madre, infischiandosi del tutto Dei miei versi, e che loro son caro Come il campo e la carne, e quella pioggia fina Che a primavera fa morbido il grano verde. Per ogni grido che voi mi scagliate Coi forconi verrebbero a scannarvi. Poveri, poveri miei contadini! Certo non siete diventati belli, E Iddio temete e degli acquitrini le viscere. Capiste almeno Che vostro figlio in Russia È fra i poeti il più grande! Non si gelava il cuore a voi per lui, Scalzo nelle pozzanghere d'autunno? Adesso va girando egli in cilindro E portando le scarpe di vernice. Ma vive in lui la primigenia impronta Del monello campagnolo. Ad ogni mucca effigiata Sopra le insegne di macelleria Si inchina da lontano. Ed incontrando in piazza i vetturini Ricorda l'odore del letame sui campi, Pronto, come uno strascico nuziale, A reggere la coda dei cavalli. Amo la patria. Amo molto la patria! Pur con la sua tristezza di rugginoso salice. Mi son gradevoli i grugni insudiciati dei porci, E nel silenzio notturno l'argentina voce dei rospi. Teneramente malato di memorie infantili Sogno la nebbia e l'umido delle sere d'aprile. Come a scaldarsi al rogo dell'aurora S'è accoccolato l'acero nostro. Ah, salendone i rami quante uova Ho rubato dai nidi alle cornacchie! È sempre uguale, con la verde cima? È come un tempo forte la corteccia? E tu, diletto, Fedele cane pezzato! Stridulo e cieco t'hanno fatto gli anni, E trascinando vai per il cortile la coda penzolante, Col fiuto immemore di porte e stalla. Come grata ritorna quella birichinata: Quando il tozzo di pane rubacchiato Alla mia mamma, mordevamo a turno Senza ribrezzo alcuno l'un dell'altro. Sono rimasto lo stesso, con tutto il cuore. Fioriscono gli occhi in viso Simili a fiordalisi fra la segala. Stuoie d'oro di versi srotolando, Vorrei parlare a voi teneramente. Buona notte! buona notte a voi tutti! La falce dell'aurora ha già tinnito Fra l'erba del crepuscolo. Voglio stanotte pisciare a dirotto Dalla finestra mia sopra la luna! Azzurra luce, luce così azzurra! In tanto azzurro anche morir non duole. E non mi importa di sembrare un cinico Con la lanterna attaccata al sedere! Mio vecchio, buono ed estenuato Pégaso, Mi serve proprio il tuo morbido trotto? Io, severo maestro, son venuto A celebrare i topi ed a cantarli. L'agosto del mio capo si versa quale vino Di capelli in tempesta. Ho voglia d'essere la vela gialla Verso il paese cui per mare andiamo. |